Il presidente indica le priorità dell’ente: regolamento, verifica del piano, personale e risorse. Eventuali nuovi confini dovrebbero partire dai Comuni, con il coinvolgimento di ambientalisti, agricoltori e associazioni venatorie.
Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna deve essere percepito dalle comunità come un’opportunità e una risorsa. Per questo, eventuali ampliamenti dei suoi confini dovrebbero nascere dai territori e da un percorso condiviso. È la posizione espressa dal presidente Francesco Lucacci durante il consiglio direttivo del 30 settembre, in risposta alla richiesta del consigliere Zavalloni di discutere le procedure per l’estensione dell’area protetta.
Lucacci ha illustrato un quadro nel quale le prospettive di ampliamento devono confrontarsi con le necessità organizzative ed economiche dell’ente. Il Parco è ancora privo del regolamento e, dopo la sua approvazione, sarà necessario verificare se anche il piano del Parco debba essere aggiornato. A questi aspetti si aggiungono una dotazione di personale giudicata insufficiente rispetto alle attività da svolgere e, secondo quanto evidenziato dal presidente, i tagli ai trasferimenti statali che interessano il sistema dei parchi.
Una situazione che rende sempre più necessario ricorrere anche al 5 per mille, alle donazioni e alle sponsorizzazioni per sostenere le attività dell’ente.
In questo contesto, Lucacci ritiene che il Parco non debba assumere un ruolo di promotore di nuovi ampliamenti, rischiando di dividere le comunità e alimentare contrapposizioni. L’obiettivo, nella sua visione, è consolidare il rapporto con i territori e rafforzare la percezione dell’area protetta come occasione di sviluppo e tutela.
Nel corso della discussione, il presidente ha riepilogato le richieste e le intenzioni finora emerse. Marradi ha presentato nel 2017 una richiesta di ingresso nel Parco, riferita però a una porzione limitata di territorio. I sindaci di San Godenzo e Premilcuore hanno invece manifestato l’intenzione di ampliare le superfici comunali già comprese nell’area protetta, senza che tali orientamenti siano stati ancora accompagnati da atti formali.
Per Lucacci, eventuali proposte dovrebbero partire proprio dai Comuni, attraverso deliberazioni dei rispettivi consigli comunali, preferibilmente approvate all’unanimità. Il presidente ha inoltre espresso l’auspicio che questi atti siano accompagnati da un documento di condivisione sottoscritto dalle associazioni agricole, ambientaliste e venatorie, compresi gli Ambiti territoriali di caccia.
L’intervento ha affrontato anche il tema degli strumenti per favorire l’estensione delle aree protette. Lucacci ha sostenuto la necessità di una legge che incentivi economicamente i Comuni a entrare nei parchi o ad aumentare le superfici già incluse, collegando questa proposta all’obiettivo del 30% di aree protette richiamato nel suo intervento.
Il presidente ha poi richiamato la disciplina delle aree contigue prevista dall’articolo 32 della legge 394 del 1991, lamentandone la mancata applicazione da parte delle Regioni. Quanto alle riserve della biosfera del programma MAB UNESCO, ha osservato che contribuirebbero solo in parte al raggiungimento dell’obiettivo sulle aree protette e ha espresso perplessità sull’opportunità che il Parco ne promuova la costituzione, ritenendole strumenti distinti e potenzialmente concorrenti rispetto all’ente.
La posizione delineata da Lucacci lega dunque ogni eventuale ampliamento a una condizione precisa: una scelta maturata nelle comunità locali, sostenuta dalle amministrazioni e condivisa dalle realtà che vivono e operano sul territorio.













