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Attualità

La guerra non può avere il nome di Dio

di Redazione Casentino24

22/08/2026 15:30

A Camaldoli la riflessione di Damiano Bettoni, presidente Fondazione Giovanni Paolo II.L’intervento agli Stati Generali della Cultura della Pace.
Dall’accoglienza in Toscana ai progetti internazionali, la pace come responsabilità concreta

“Se il nome di Dio è pace, allora non può essere utilizzato per legittimare la guerra”. È il cuore della riflessione proposta da Damiano Bettoni, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, intervenuto agli Stati Generali della Cultura della Pace al monastero di Camaldoli, organizzati dalla vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop a cui ha consegnato una copia del Bilancio sociale 2025.

Cosa significa oggi parlare di pace mentre guerre e conflitti continuano a coinvolgere popoli e comunità? Partendo dal documento del Gruppo Teologico del SAE, Bettoni si è riferito in particolare allo sfruttamento del nome di Dio per legittimare le guerre con un richiamo alla responsabilità delle istituzioni, delle comunità religiose e di ciascuno di noi nel rifiutare ogni strumentalizzazione della fede a sostegno della violenza.

La costruzione della pace, ha ricordato il presidente della Fondazione, passa anche dallo stile con cui ciascuno vive le proprie relazioni. “La pace non è semplicemente l’assenza della guerra: è un modo di costruire le relazioni. È ascolto anche di chi ha idee diverse dalle nostre. È capacità di riconoscere l’altro. È accoglienza. È giustizia. È possibilità per ogni persona di vivere con dignità”.

Da qui l’invito a non guardare soltanto ai grandi scenari internazionali, ma anche al modo in cui si affrontano il confronto e il dissenso nella vita quotidiana, nelle associazioni, nelle istituzioni e nelle comunità. Un atteggiamento che si contrappone a quella che il presidente della Fondazione ha definito la “logica da ultras”: una crescente tendenza a vivere il confronto pubblico come uno scontro tra schieramenti di tifoserie contrapposte, nel quale l’obiettivo diventa prendere posizione e attaccare chi sta dall’altra parte, a scapito dell’approfondimento, del dialogo e della ricerca di un possibile punto di incontro.
“Se nella nostra vita, nelle nostre azioni e nel nostro modo di relazionarci riusciremo a evitare questa logica da tifosi, potremo davvero diventare, nel nostro piccolo, autentici operatori di pace”.

La pace come responsabilità concreta

La riflessione di Camaldoli si intreccia direttamente con il lavoro che la Fondazione Giovanni Paolo II porta avanti da anni in Italia e all’estero.

Nata a Betlemme, si sviluppa oggi tra Medio Oriente, Africa e Italia. Un impegno che si traduce in progetti di cooperazione, accoglienza, sostegno sanitario, formazione, inclusione sociale e sviluppo delle comunità.
“La pace si costruisce quando una persona trova accoglienza. Quando un giovane può studiare. Quando una famiglia può tornare a vivere del proprio lavoro. Quando una comunità rurale riesce a sviluppare un’attività agricola. Quando una persona malata può ricevere cure. Quando chi arriva in un Paese diverso dal proprio trova qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo”.

Una parte significativa di questo lavoro si sviluppa proprio in Toscana, tra Firenze e Arezzo, dove la Fondazione ha consolidato negli ultimi dieci anni un modello di accoglienza e inclusione destinato a essere ulteriormente strutturato entro la fine del 2026 attraverso un protocollo definitivo elaborato sulla base dei risultati e dell’esperienza maturata in dieci anni di lavoro sul campo.

Nel corso del 2025 sono state accolte 123 persone appartenenti a nuclei familiari di richiedenti asilo. Ai centri di accoglienza già attivi a Montevarchi e Fiesole, nella seconda parte dell’anno si è aggiunto un nuovo progetto a Reggello, che ha permesso di accogliere 14 persone provenienti dalla Striscia di Gaza e arrivate in Italia per motivi sanitari. Altre famiglie saranno accolte a breve.

L’accoglienza viene accompagnata da percorsi di autonomia e inclusione. Gli sportelli di orientamento socio-lavorativo hanno registrato circa 140 accessi, mentre ai percorsi di integrazione si sono affiancati progetti di co-housing, attività di socializzazione e iniziative educative che hanno coinvolto oltre 860 giovani, insieme a educatori, operatori e sacerdoti del territorio.

Il lavoro parte dall’accoglienza, dunque, ma punta alla costruzione di relazioni e opportunità, mettendo al centro la persona e il suo percorso di autonomia.
“La pace – ha concluso Bettoni – si costruisce nei luoghi in cui si vive, nelle relazioni che si scelgono di coltivare e nelle opportunità che si riescono a creare per chi è più fragile. Va costruita. Insieme”.

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